Nuovo appuntamento con la rubrica Narrazioni: da un po’ era ferma e oggi riprendiamo con un tema centrale nella spiritualità della Dea. Il fare sacro.
Cosa significa “Fare sacro”?
Partiamo da una parola purtroppo oggi molto distorta: sacrificio.
Quando si parla di sacrificio oggi si pensa a tutto tranne che ad un qualcosa di sacro: si pensa al sudore che scende a fiotti dal nostro corpo, si pensa alla fatica, alla rinuncia, ad un qualcosa che automaticamente ci porta ad annullare noi stesse/i e a mettere da parte le nostre necessità, in vista di valori che la società considera più importanti.
Questa visione ci viene da secoli e secoli di Patriarcato ed è stata avallata poi dalla distorsione subita dal messaggio cristiano, per cui sacrificarsi è diventato sinonimo di soffrire volontariamente, in vista di un bene più grande e più importante dei nostri stessi desideri.
È diventato sinonimo di tortura volontaria, di rinuncia al piacere, di “portare la propria croce”, così come ha fatto Gesù.
Ma la glorificazione di questo annullamento di sé non ha niente a che fare con il significato originario del termine in questione.
Sacrificio viene dal latino sacrificium, composto da sacrum – sacer (sacro) e –ficium da -ficio, ossia facěre (fare): dunque il sacrificio è l’atto di fare sacro, di rendere sacro qualcosa.
Si rende sacra la propria professione, impegnandosi nel portarla avanti con amore e cercando con essa di dare un contributo alla società.
Si rende sacro il proprio tempo, impegnandosi in qualcosa che rende felice la propria anima o donando questo tempo alle proprie relazioni, alla propria famiglia o anche a se stesse/i, prendendosi cura di sé.
Si rende sacra un’arte, donando a quest’ultima un valore sociale, politico e spirituale, manifestando così il proprio impegno nella cura verso la comunità.
Si rende sacra la vita e ogni suo atto, vivendoli con consapevolezza: si può rendere sacro l’atto di lavare i piatti, di prendersi cura della casa, di cucinare, di mangiare immettendo consapevolmente il cibo nel proprio corpo e non semplicemente perché “si deve mangiare”.
Si rende sacro un gioco in compagnia, si rende sacra una passeggiata in natura.
Si rende sacro il fare l’amore: non è una semplice unione fisica, dove (come ci è stato inculcato dai dis-valori patriarcali e pornografici) il maschio si svuota e la femmina accoglie.
Non è una corsa alla fine, non è uno “sfogarsi”, così come oggi viene recepito e insegnato, per poi ritrovarsi stanchi e sfiniti e più distanti di prima.
È, come insegna Maya Vassallo di Florio, fare arte del proprio tempo, rendendolo appunto sacro.
Qualunque cosa stiamo facendo, a qualunque cosa ci stiamo dedicando, il modo giusto per rendere sacro quell’atto è il viverlo consapevolmente, restando nel momento, restando presenti.
La consapevolezza cambia tutto: ci permette di restare centrate/i, di radicarci in noi stesse/i, di essere presenti, senza depistare la nostra mente alla ricerca dei rimpianti passati o dei timori del futuro.
Fare sacro vuol dire essere presenti e consapevoli in quello che si sta facendo e donare la propria presenza al sacro, comunque lo vogliamo interpretare.
E questa è una cosa possiamo e dobbiamo fare tutte e tutti.
Diverso è il discorso del sacerdozio, che pure è legato al fare sacro (da sacer + dot dalla radice *dhe (facěre)), ma che può essere esercitato solo dopo un preciso percorso volto all’esplicito servizio verso la comunità.
Come per diventare insegnanti o psicologi/ghe occorre avere una seria dedizione verso l’aiuto o la formazione di altre persone in cammino, così è per chi intende compiere un sentiero sacerdotale.
Ma se il sacrificio è un fare sacro, cosa c’entra con tutti gli animali (e in qualche caso esseri umani) sgozzati e offerti sugli altari delle Divinità?
E qui abbiamo un’altra distorsione: in questo senso, la prima forma di sacrificio, è stata quella del sangue mestruale.
Abbiamo visto tempo fa come le nostre antenate donassero il loro sangue alla terra, in forma di ringraziamento, fertilizzando e donando vita a loro volta alla Madre che donava loro vita e fertilità.
Il Patriarcato ha poi estromesso del tutto le donne dal fare sacro e dal fare cultura, sostituendo il sacro sangue mestruale, che è da sempre sangue di vita, prodotto spontaneamente e senza ferite, con il sangue mortifero della violenza e della guerra.
Da qui al considerare il sacrificio come qualcosa di cruento, spiacevole e nel migliore dei casi faticoso, il passo non deve essere stato lungo, fino ad arrivare al “sacrificio” più grande in assoluto: alla morte in croce di Gesù.
Ma oggi più che mai è essenziale recuperare il significato originario del sacrificio, riconnettendolo a ciò che è sempre stato, riconnettendo anche la nostra anima al corpo: riscoprire la sacralità del nostro corpo è il primo passo, verso una rivoluzione pacifica che possa ricondurci ad un’era di pace e cooperazione.
Riscoprire il piacere di stare nel nostro corpo, di viverlo e di percepirlo e quindi di percepirci uno con esso: questo ci farà sentire radicate/i e presenti, aprendo la nostra vista a nuovi orizzonti.
©Lucia Boggia
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