Ed eccoci qui: la puntata di oggi sulle narrazioni sarà un po’ particolare.
Oggi ci occuperemo infatti dell’origine etimologica del termine vagina e di come fare per creare una nuova narrazione e un nuovo significato con cui avvolgere il nostro “Portale Sacro”, la nostra via d’accesso al Divino.
Da tempo circola ormai online la parola sanscrita Yoni, con la quale si indica l’intero apparato genitale e riproduttivo femminile, includendo vulva, vagina e utero insieme.
Prima ho parlato della nostra vagina utilizzando l’espressione “Portale Sacro”, proprio perché è questo il significato della parola sanscrita Yoni: non si vede l’apparato femminile come un “semplice” forno da riempire, come funzionale alla sola procreazione o peggio come un “buco” passivo che accoglie l’organo maschile.
Come un fodero da cui sguainare e in cui infilare di nuovo la spada.
Parlo di fodero perché vagina viene proprio dal latino vagina e indicava in origine la guaina, il fodero in cui infilare la spada: da qui a farne una metafora violenta, bellica e sessista il passo non deve essere stato molto lungo.
E in seguito il termine è stato assunto definitivamente in ambito medico e anatomico per descrivere appunto l’apparato riproduttivo femminile.
Sinceramente fino a poco tempo fa ignoravo sia il significato etimologico di vagina sia quello del termine sanscrito Yoni, che tra l’altro dona al nostro organo una sfumatura del tutto diversa, sacra e spirituale.
Sono venuta a conoscenza dei due significati grazie a Maya Vassallo Di Florio, più volte citata nei miei articoli, e proprio ispirata dall’invito posto da lei in un suo video, già da tempo ho pensato ad un modo totalmente nuovo e diverso per rendere giustizia al nostro sacro portale nella nostra lingua, piuttosto che continuare ad usare la violenta metafora bellica (che ci vuole solo come una custodia che accoglie all’occorrenza) o il termine sanscrito.
In realtà da non molto, prima di conoscerne il vero significato, ho iniziato a rivendicare fieramente il termine vagina, perché proprio come il termine mestruazioni, è stato nel tempo messo sotto silenzio, marchiato, zittito e sostituito con ridicoli eufemismi per tentare di nascondere una fin troppo evidente malizia da parte degli adulti che credono di “ben educare” le generazioni più piccole.
Da sempre, fin dalla più tenera età, si scoraggia nei bambini e nelle bambine la scoperta di sé e del proprio piacere: si dice di non guardasi, di non toccarsi, di non fare queste “schifezze”… come se la sessualità fosse qualcosa di sporco, malevolo e da evitare a tutti i costi.
Si sostituiscono i termini anatomici con nomi assurdi come “pisellino”, “patatina” e simili… ma i bambini non sono scemi!
Se una mano la chiamiamo “mano”, il naso è il “naso”, le orecchie le chiamiamo “orecchie”… perché mai non si possono usare i termini anatomici per descrivere altre parti del corpo?
Perché la cultura patriarcale, intrisa fino all’osso dei dettami religiosi, influisce sui comportamenti delle persone soggette a quella cultura e che in quella cultura crescono le generazioni future.
Anche chi si dichiara ateo/a porta con sé questo retaggio di sporcizia, di qualcosa di peccaminoso che non deve essere nominato e che, se fatto, deve essere nascosto: perché le brave persone (soprattutto “le brave ragazze”) non devono pensare a queste cose.
Anche da adulte/i ci portiamo questa cosa e spesso non siamo effettivamente in grado di pronunciare due semplici parole come pene e vagina e continuiamo a parlarne in termini di eufemismi, magari anche in maniera sguaiata e volgare o per insultare.
Tutto questo deriva dalla repressione costante che la Chiesa ha operato per secoli sulla nostra cultura, staccando il corpo dallo spirito, la terra dal cielo e così via…
Così, nel mio piccolo, mi sono impegnata nel pronunciare quella parolina magica che finora io stessa per anni di repressione ho zittito, dentro di me: per quanto bella nel suo significato, la parola Yoni finora mi è sembrata solo una scusa per non pronunciare a voce e a testa alta il mio essere donna, La Soglia tra I Mondi che nel nostro microcosmo di tutti i giorni anche noi donne conosciamo.
Ma adesso mi rendo conto che continuare a replicare la metafora bellica significherebbe replicarla non solo a voce, ma nel mio modo di essere e di sentire: se vogliamo che davvero qualcosa cambi, dobbiamo iniziare noi a porre le basi della rivoluzione.
Nel privato, nella nostra vita di tutti i giorni.
Ma non mi piaceva nemmeno mutuare un termine già esistente in un’altra cultura, così ho cominciato a pensare…
E dopo vari tentativi ecco l’epifania: la mia guaina si è trasformata nella Soglia!
La Soglia tra I Mondi che ogni giorno, nel mio microcosmo, sperimento io stessa.
Una Soglia Sacra, ma che non sempre è possibile svelare o attraversare: una Soglia che rende in grado di comunicare col Divino, di esperire il Divino, di accedere a stati di coscienza diversi, altri rispetto alla realtà concreta che conosciamo.
Proprio come Il Velo tra I Mondi, che si assottiglia nella piena oscurità e nella luce più intensa;
proprio come Il Cancello o La Soglia che attraversiamo quando nasciamo, per poi tornarvi quando lasciamo il Grembo della Dea;
proprio come quel Grembo che tutte/i accoglie indistintamente, all’inizio e alla fine del nostro viaggio su questa terra…
Così è la nostra Soglia, la nostra Caverna, il nostro Labirinto: ci accoglie nel riposo del sangue, ci ripartorisce vergini da noi stesse e ci fa splendere nella nostra pienezza, per poi donarci la saggezza della decadenza.
Ed ecco dunque che è venuta fuori una parola: VEGLIA.
La VELATA SOGLIA.
SOGLIA, come La Soglia Tra I Mondi, come Il Ventre Cosmico della Dea.
VELATA, perché è un mistero al quale si può giungere solo dopo un’iniziazione.

Nel suo libro Afrodite Svelata, Maya Vassallo Di Florio scrive:

Trovo particolarmente affascinante il rapporto tra la morte e i capelli, e tra questi e la sessualità: i capelli rappresentano un velo […] che separa la dimensione ordinaria da quella misterica. Che siano misteri della sessualità sacra o quelli della morte e rigenerazione, i capelli velano ciò che per essere mistero deve restare custodito, finché verrà svelato attraverso l’esperienza in stati espansi di coscienza.
Il velo, dunque, è quello che viene indossato da Afrodite per celare il suo corpo nudo, portale di vita, piacere ed estasi, tale da non poter restare sotto la vista costante ed essere banalizzato, ma ai cui misteri occorre accedere con consapevolezza, come attraverso il velo dell’acqua.
Ma è anche il velo dei capelli di Iside che celano l’atto della fellatio con cui resuscita l’amato Osiride, sottolineando il nesso tra capelli-velo-morte-sessualità.
E nonostante la grande distorsione dell’iconografia afroditica nel corso del tempo, ne ritroviamo un’eco nei lunghi capelli della Venere botticelliana che coprono la sua yoni per custodirne il mistero e il potere magico, e non, secondo l’interpretazione distorta, per coprire le “peccaminose” pudenda della Dea.

Ecco: Soglia Velata, sia in questo senso di vera e propria Iniziazione ai Misteri, sia come Il Velo che La Dea ci induce ad attraversare, per trasformarci nella morte e rinascere dall’altra parte, come avviene nella Ruota dell’Anno e in ogni ciclo della natura.
Sia come il Velo di Afrodite, sia come Il Velo tra I Mondi, che cala e ci permette di camminare tra le due dimensioni.
E se vogliamo sono solo due sfumature dello stesso concetto.
Ma osserviamo bene cosa viene fuori dalla fusione di queste due parole: VEGLIA, una parola che assume in sé allo stesso tempo mille sfumature diverse.
La prima cosa che ho pensato, quando questo connubio mi è balzato alla mente, è stata: “Veglia”, in un linguaggio aulico e arcaico potrebbe stare per “Vecchia”.
La Vecchia Saggia, la nostra Crona, la Strega che ci accompagna nel nostro viaggio agli Inferi, nella nostra Discesa alla ricerca del tesoro nascosto.
È la nostra saggezza interiore, ancestrale e femminile, Colei che ci connette alle nostre Antenate.
Ma allo stesso tempo veglia indica una parola di senso compiuto nella nostra lingua.
Dunque in questo caso la nostra VEGLIA è Colei che vigila, Colei che veglia su di noi e che ci guida nel nostro viaggio attraverso il camino, per poi farci ritrovare dall’altra parte.
E casualmente (ma forse non troppo) le due accezioni si riferiscono ai due volti opposti e legati della Dea: La Crona, L’Oscura, La Mater Terribilis che inizia ai misteri di vita e morte, e Colei che veglia al di là della Soglia e che ci accoglie nel suo abbraccio luminoso, dopo aver vissuto l’oscurità della morte.
Queste sono tutte ispirazioni e suggestioni non preparate e che mi sono giunte al momento, non appena le due parole “Velata” e “Soglia” si sono fuse nella mia mente.
Stavo infatti cercando degli accostamenti per creare un’unica parola o una parola che, anche come acronimo, avrebbe avuto senso, dato che nella nostra lingua sarebbe stato difficile trovare un termine che racchiudesse in sé più sfumature di significato, come nel termine sanscrito Yoni.
Quando quelle due parole mi sono apparse già fuse insieme nella mente, ho capito che la ricerca era finita.
A volte, se una narrazione non ci soddisfa e non abbiamo la possibilità di raggiungerne l’origine, è necessario che noi stesse/i ne creiamo una.
Completamente nuova, diversa e che risponda alle nostre necessità di oggi: le/i nostri discendenti potranno guardare a queste nuove narrazioni come a dei veri e propri miti.
Miti e storie che raccontano di una società più giusta, in cui donne e uomini abbiamo la stessa dignità, in cui non ci siano più guerre e violenze.
Se la mia nuova narrazione sulla guaina che diventa soglia vi è piaciuta, potete usarla.
Oppure potete creare quella vostra, potete usare il termine sanscrito o  alternare il termine medico a quello sacro che avrete scelto. O ancora, se siete a vostro agio, potete continuare tranquillamente ad utilizzare i termini che già usate nella vostra quotidianità: tutto ciò che ho scritto non si pone come un giudizio, ma solo come una possibile soluzione per chi cerca una via diversa.

©Lucia Boggia