Torniamo alle nostre Narrazioni e analizziamo oggi un concetto che plasma l’intera vita di ognuna/o di noi: il lavoro.
Oggi per “lavoro” si intende l’esercizio di una qualsiasi attività (pesante o meno e che piaccia o no) per guadagnarsi da vivere: possiamo ben dire che per la maggior parte delle persone la parola “lavoro” coincide con la parola “fatica”.
Non c’è spazio per realizzare i propri sogni e progetti, non c’è posto per i desideri del cuore: da sempre, che sia per necessità o per una cultura che ci impone ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, ci viene detto che dobbiamo scegliere ciò che ci garantisce di mettere il piatto a tavola e veniamo scoraggiate/i nel cercare di realizzare la nostra aspirazione e missione di vita, perché magari considerata inutile o inconcludente.
Poche/i di noi svolgono davvero il “lavoro dei sogni”: perché hanno bisogno di soldi e la società scoraggia qualunque attività creativa o che non le consenta di controllarci;
perché da sempre è stato detto loro che dovevano smettere di sognare, “responsabilizzarsi” e portare il pane a casa;
o perché è stato loro insegnato che si debba vivere nel continuo annullamento di sé, per meritare briciole di amore e di felicità.
Tuttora si sente dire in giro che «Il lavoro non deve piacere»: ma dove sta scritto e chi l’ha detto?
Partiamo da ciò che sappiamo: la parola “lavoro” deriva dal termine latino labor, che effettivamente I Romani utilizzavano nel senso di “sforzo, fatica” per esercitare un particolare tipo di attività.
Si fa derivare labor dal verbo labi, che significa “cadere, scivolare” e sappiamo che I Romani lo utilizzavano per indicare lo sforzo con cui una persona si muoveva per compiere un’attività e quindi, stando a questa etimologia, si potrebbe dire che da sempre (almeno da noi) il lavoro è collegato al senso di fatica: in napoletano (ma anche in altri dialetti), lavorare è reso infatti come “faticà”.
Per questo motivo, presso I Romani, il termine era legato ai lavori manuali e pesanti svolti dagli schiavi, come mezzo di umiliazione.
Secondo alcuni, con il Cristianesimo il termine passò ad indicare ciò che più o meno si intende oggi: svolgere un’attività per garantirsi da vivere.
Nella Seconda Lettera ai Tessalonicesi, San Paolo scrive: «Chi non lavora neppure mangi!»
Nella lettera si dice infatti che i Tessalonicesi, convinti che fosse imminente il ritorno di Cristo e l’avvento del suo Regno, abbandonarono ogni cosa, dandosi ad ogni genere di comportamento.
Da qui la frase «Chi non lavora neppure mangi!», che pare sia diventa una sorta di monito, donando un ulteriore significato alla fatica già insita nella parola: “se vuoi vivere, devi sudare.”
Ancora nel Medioevo il lavoro era ciò che distingueva le classi più povere, considerate inferiori, da quelle privilegiate: i nobili ovviamente non avevano bisogno di lavorare.
C’è tuttavia un particolare che ribalta l’intera situazione: la famosa parola labor viene in realtà dalla radice sanscrita labh-, che a sua volta deriva da una radice più antica (rabh-) che ha in sé un significato del tutto diverso: letteralmente labh- vuol dire “afferrare”, mentre in senso figurato ha il significato di “orientare la volontà, l’intento e il desiderio” oppure “ottenere, intraprendere”.
Sembra che anche il verbo greco λαμβάνω (lambano) che pure ha il significato di “afferrare, ottenere” venga dalla radice sanscrita.
Quindi, alla luce di questa scoperta (per me lo è stata), possiamo da oggi in avanti considerare il lavoro come un qualcosa di totalmente diverso: lavorare non vuol dire più sudare, ammazzarsi e faticare per portare il pane a casa, rinunciando alle proprie aspirazioni.
Al contrario è l’atto stesso di afferrare quei sogni e di orientare la propria volontà verso il raggiungimento della propria missione di vita.
E qui ci colleghiamo al discorso sull’economia del dono e su come lo scambio di cui si nutre invece la nostra società abbia portato e continui a portare l’umanità alla deriva: lo scambio ha ucciso il dono, ha insinuato nelle menti l’idea che per raggiungere un sogno o un affetto occorra vendersi o annullarsi.
Perché «Se non do questo, non mi viene dato quest’altro.»
Questa è la logica che sta alla base di qualsiasi cosa in questa società fondata sul patriarcato: Genevieve Vaughan, la già citata teorica dell’economia del dono materno, ricorda che la stessa guerra è fondata sullo scambio.
Qualcuno mi fa un torto ed io ricambio con la stessa moneta: violenza per violenza.
In una società basata invece sul dono e sul fare comunità, i talenti che oggi vengono predati e messi all’asta o svenduti, sarebbero gratuitamente messi al servizio della società: le antiche sacerdotesse, medichesse o streghe donavano i loro rimedi per il bene comune.
È quello che dovrebbe accadere anche nella nostra società: non più un ricatto camuffato da dono o da necessità;
non più annullarsi per ottenere qualcosa attraverso un “lavoro” che nemmeno amiamo o detestiamo.
Quanti/e insegnanti, quanti/e medici/che, quanti avvocati/esse, quanti/e venditori/trici, commessi/e (…) insoddisfatti/e che (in alcuni casi) rovinano letteralmente la società, perché si sono sentiti/e costretti/e a percorrere le orme della famiglia, ad accontentarsi del primo contratto ricevuto, a dover tentare questo o quel concorso invece di seguire i propri desideri e mettere i propri veri talenti al servizio della comunità.
Il mio auspicio è tornare quindi a donare al lavoro il suo originario significato, quello che esso aveva prima che la caduta insita nel termine latino lo facesse scivolare nella convinzione che la vita sia solo un susseguirsi di fatica, lacrime e sudore.
Perché la vita è tanto altro: è aderire alla propria chiamata, alla propria missione.
È gioire e rendere felici se stessi/e, seguendo il proprio più autentico desiderio.
È lavorare, affinché il proprio talento venga messo a frutto a beneficio della comunità.
È orientare la propria volontà e i propri intenti, affinché realizzando la propria chiamata si possa diventare degni/e antenati/e per chi verrà dopo.
©Lucia Boggia
Fonti:
https://www.cultura.va/content/cultura/it/organico/cardinale-presidente/texts/famiglia-cristiana-articoli0/chi-non-lavora–non-mangi-.pdf
https://www.etimoitaliano.it/2014/03/lavoro.html
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