Beltane è conosciuta in gran parte come “la festa dell’amore”, ma il suo senso va ben oltre l’amore romantico di coppia e l’amore sessuale: con amore intendiamo tutto.
L’amore per il creato, per il prossimo, per gli altri esseri viventi.
L’amore per La Dea, per Madre Terra.
E non ultimo, l’amore di sé.
Si glissa sempre su questo argomento: si pensa che per essere generosi, per amare gli altri, per essere devoti alla Divinità occorra sacrificarsi e annullarsi.
Si pensa che più ci sia abnegazione, che più sacrifichiamo i nostri bisogni e la nostra felicità, più siamo meritevoli. Di amore, di riconoscimenti o altro.
Anzi: spesso si pensa che ci si debba sacrificare, perché si deve e basta.
Mettiamo noi stessi all’ultimo posto, per essere degni di qualcosa di più “elevato”.
È il modo in cui cresciamo, in particolare noi donne, ma anche in generale: siamo educati a non esprimere i nostri bisogni, a pensare che siano un di più, ad evidenziare l’errore più che il successo e a considerare l’errore come un fallimento, invece che una naturale occasione di crescita e di evoluzione.
Cresciamo nella mortificazione di noi stessi e il sacrificio viene esaltato al posto del piacere.
Cosa c’è di male, nel concedersi il piacere? Cosa c’è di sbagliato, nel mettersi al primo posto?
Non è egoismo: se non mettiamo noi stessi al primo posto, come possiamo sperare di donare un posto agli altri, nella nostra vita?
Fino ad una decina di anni fa pensavo che il famoso “Se non ami te stesso, non puoi amare gli altri” fosse una banale frase fatta.
Poi mi sono resa conto che mi sbagliavo e che proprio lì sta l’insegnamento più grande: nell’amare noi stessi, nel donarci l’amore che vorremmo ricevere, nello stare bene con noi stessi, nel nostro corpo e nei nostri pensieri.
E a costo di esprimere un altro pensiero scontato, confezionato o scomodo: nessuno ci amerà mai o comunque nessuno ci amerà mai come vogliamo noi, se non siamo noi stessi a farlo.
Anche il famoso amore incondizionato della famiglia non è mai l’amore che vorremmo, perché non è l’amore che noi stessi saremmo capaci di donarci, se solo facessimo uno sforzo.
Non è assolutamente sbagliato mettersi al primo posto. Non è egoismo, non è menefreghismo: è amore.
L’amore parte da noi: se siamo in grado di amarci abbastanza, allora forse possiamo essere in grado di elargire agli altri quello stesso amore.
Non aspettiamo che qualcuno ci dica che siamo belli o bravi;
non aspettiamo che qualcuno ci doni il suo applauso o la sua approvazione;
non aspettiamo che qualcuno ci accetti esattamente così come siamo.
Perché se non lo facciamo noi, nessuno lo farà mai al posto nostro.
E se lo facciamo, non significa che siamo egoisti, ma solo che siamo sulla strada giusta per capire cosa sia davvero l’amore.
Non c’è un tu, non c’è un noi, non c’è un amore da riversare nel mondo, se non c’è nemmeno una briciola di compassione verso l’io: è questo il segreto.
Non dobbiamo sacrificarci, non dobbiamo andare avanti a forza di rinunce, non dobbiamo annullarci o fustigarci e sentirci perennemente indegni, per essere in grado di amare.
Tutt’altro: più ci doniamo amore, più ci doniamo spazio, più ricerchiamo il piacere, più abbiamo fiducia in noi stessi, più esaltiamo le nostre vittorie e smettiamo di mortificare gli errori, più saremo felici di donare quell’amore agli altri.
E più gli altri lo noteranno e saranno felici con noi.
Per questo Beltane non è semplicemente il sabba dell’amore: è qualcosa di più.
È la nostra occasione per amarci. Amarci davvero, esattamente così come siamo: con tutte le nostre ombre, con tutti i nostri difetti, con tutte le nostre paure e manie.
Essendo l’esatto opposto di Samhain, è facile intuire sotto la superficie luminosa di questo sabba, la sua essenza più profonda: il calderone di Samhain ci ha obbligato a fare faccia a faccia con la nostra oscurità e a prenderne coscienza.
Come rovescio della medaglia, Beltane vuole aiutarci a prendercene cura, ad accettarla e ad abbracciarla. Ad amarla esattamente così com’è.
La lezione si sposta così verso una sfumatura ancora più profonda, dall’amore alla guarigione: Beltane è il momento giusto per prenderci cura della nostra oscurità, nel nostro io più profondo.
È il momento della guarigione, il tempo in cui guardare le nostre ferite: il tempo in cui osservarle con compassione, per comprenderle e capire come curarle.
Il momento in cui abbracciarle, accarezzarle e cullarle, magari senza fare nient’altro: facendo solo capire loro che siamo lì. Che le vediamo e che non abbiamo più intenzione di ignorarle.
Perché quelle ferite siamo noi.
Siamo noi nel nostro presente, nella nostra persona e nella nostra identità.
Prendere coscienza di questo non è mai facile, ma è l’unico modo che abbiamo per imparare ad amarci davvero, oltre ogni confine o barriera. Oltre ogni stigma di cui noi stessi ci siamo fatti vittima. Oltre ogni aspettativa.
Perché solo imparando ad amarci in questo modo, possiamo imparare ad amare gli altri.
Benedizioni a voi!
©Lucia Boggia
Immagine in rete
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