Siamo nel pieno del tempo di Imbolc: il fuoco di Brigit splende e guida i nostri passi, il sole riscalda le nostre giornate, donandoci una nuova sensazione.
La sensazione, la speranza e la certezza che in qualche modo questo inverno finirà e che potremo tornare a brillare, uscendo dai nostri nascondigli.
Il tema su cui vorrei soffermarmi oggi è proprio questo: la speranza che diventa fede, fiducia nella vita e nel fatto che l’equilibrio un giorno sarà ristabilito.
La fiducia negli avvenimenti che, seppur dolorosi o fonte di ansia e di angoscia, nascondono sempre un insegnamento che siamo finalmente pronti a mettere in atto nella nostra vita.
La fede è il centro di questo ultimo insegnamento. Insegnamento che sarà diviso in due parti, per evitare un discorso troppo lungo.
Cos’è la fede? Cosa significa, oggi e in una società che ci vede sempre più disorientati, avere fede?
Parlo di una disposizione d’animo profonda e sincera: fare la preghierina e aspettarsi che questo risolva tutto non serve a niente e, per la mia esperienza personale, non ha niente a che fare con la fede.
Avere fede vuol dire gettarsi nella mischia. Non importa a quale prezzo, non importa se non sai cosa accadrà e nemmeno se hai paura: avere fede vuol dire proprio lanciarsi, nonostante la paura.
Perché hai la certezza che poi qualcosa accadrà. E non parlo del fatto di essere miracolosamente salvati da qualcuno o da una mano che improvvisamente ci sorregge: il miracolo lo facciamo noi stessi.
Siamo noi che, andando avanti nonostante le nostre paure, creiamo e plasmiamo la nostra fede: quel fuoco di cui per tutto questo tempo abbiamo parlato, è quella la nostra fede.
Il nostro fuoco interiore, la scintilla vitale che ci fa respirare e che ci rende in grado di andare avanti e di resistere alla tempesta.
Non è sbagliato pregare, invocare La Divinità e chiederle di starci accanto e di sostenerci, ma non è quello che rende sincera la nostra fede: chiedere senza credere e senza provare a fare un passo per smuoverci dalla situazione che stiamo vivendo, è un atto sterile e vuoto che non ci porterà a niente e che semmai ci condurrà alla solita pessimista conclusione. E cioè che La Divinità non esiste, che non ci ascolta, che non si preoccupa per noi o che addirittura ce l’ha con noi e ci manda tutte le sventure possibili e immaginabili: questo succede quando si addossa ad un’entità esterna ogni responsabilità.
Per cui quando le cose ci vanno bene, siamo tutti felici e ringraziamo perché Dio, La Dea, L’universo, La Natura o qualsiasi altro nome vogliamo usare, è grande e ci vuole bene.
Se invece tutto va male, che sia nella nostra vita o nel mondo in generale, la colpa è di quella stessa entità che prima abbiamo tanto osannato.
La fede non è aspettativa, non è pensare che tutto sia a nostra disposizione o che tutto andrà bene e se ciò non accade allora qualsiasi cosa, persona, entità o divinità abbiamo idealizzato, non esiste o è cattiva e ci punisce.
La fede non è pensare che tutto andrà esattamente e categoricamente come vogliamo noi, perché abbiamo pregato questa o quella Divinità o perché ci siamo posti sotto la sua eterna protezione.
Avere fede non significa essere felici e contenti o avere sempre il sorriso stampato sulle labbra o spillare pillole di saggezza che rimarchino quanto bella sia la vita o quanto sia grande Dio, La Dea, L’Universo, eccetera…
La fede è un atto di responsabilità. Nei confronti di noi stessi e degli altri.
Come Laura Ghianda afferma nel suo video sulla morte nella spiritualità della Dea*, la RESPONS-ABILITÀ è la nostra CAPACITÀ DI RISPONDERE alla vita o ai suoi eventi, per quanto dolorosi essi siano.
E dove la troviamo quella capacità, se non in noi stessi e nel valore che attribuiamo alla nostra persona?
Dove la troviamo quella capacità, se non in quel fuoco che è la nostra scintilla vitale, il nostro potere interiore?
È il valore che diamo a noi stessi che ci dona fiducia in ciò che siamo e nelle nostre –abilità. E la fiducia a sua volta alimenta quel fuoco presente in ognuno di noi e che dobbiamo solo ricordarci di non offuscare.
Il fuoco è il nostro centro, il motore del nostro potere e della nostra fiducia. Il motore della nostra capacità di discernimento, di pensiero e di azione.
Il nostro potere deriva da quel magma ribollente di possibilità che risiede nel nostro centro, nel nostro io più profondo. E più quel fuoco viene mortificato e offuscato, più perdiamo potere. E più perdiamo potere, più perdiamo fiducia.
In noi stessi, nelle persone, nella vita… figuriamoci quando si parla di una Divinità!
Se vogliamo conoscere davvero il senso della fede, dobbiamo tornare in noi stessi e al nostro centro: dobbiamo tornare a quel fuoco, che io immagino dimorare al centro dello stomaco (secondo alcune spiritualità è lì che risiede il potere personale) e prendercene cura.
Ecco: se vogliamo pregare e rivolgerci alla Divinità, possiamo chiedere che ci aiuti a far risplendere questo fuoco, a forgiare e trasformare ciò che ci affligge in qualcosa di costruttivo.
Se una richiesta di aiuto c’è, è per quel fuoco che attende solo di risplendere: è il nostro fuoco interiore la nostra fede.
E più impariamo a far risplendere quel fuoco, più la nostra fede aumenterà e più, nonostante gli ostacoli e i dolori della vita, ci sentiremo presenti in noi stessi e non avremo bisogno di cercare all’esterno qualcuno da osannare o condannare.
Perché sapremo che La Divinità dimora in noi: noi siamo un pezzetto di quella Divinità, poiché siamo sua stessa espressione.
Per cui, quando la vita ci metterà a dura prova e saremo così stremati da sentirci abbandonati a noi stessi, ricordiamoci del nostro fuoco: torniamo lì, al nostro centro.
Perché è lì che dimora la nostra forza, la nostra Divinità, la nostra fede.

©Lucia Boggia

* Laura Ghianda